Un democratico riluttante

L’Agenda Monti non è un documento da manovrina neocentrista. Anzi, nelle intenzioni del tecnico-candidato è addirittura un tentativo di innovare alla radice, con modestia, il regime democratico italiano. Iniziando con la sua “depoliticizzazione”, esaltando meritocrazia e competenza al governo anche a scapito della mera rappresentatività, perché soltanto così si possono superare quei veti che finora hanno impedito la modernizzazione economica e sociale del paese.
3 GEN 13
Ultimo aggiornamento: 21:07 | 19 AGO 20
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L’Agenda Monti non è un documento da manovrina neocentrista. Anzi, nelle intenzioni del tecnico-candidato è addirittura un tentativo di innovare alla radice, con modestia, il regime democratico italiano. Iniziando con la sua “depoliticizzazione”, esaltando meritocrazia e competenza al governo anche a scapito della mera rappresentatività, perché soltanto così si possono superare quei veti che finora hanno impedito la modernizzazione economica e sociale del paese.
L’idea che esista un montismo “profondo”, che viene prima e che implicitamente sovrasta l’Agenda Monti di cui discutiamo in questi giorni – cioè le 25 pagine di “Cambiare l’Italia, riformare l’Europa” e i 7 punti sul “movimento civico, popolare e responsabile” – l’ha suggerita nel febbraio scorso un editorialista americano, Nathan Gardels. Allora l’ex presidente della Bocconi era arrivato da tre mesi alla guida del paese ed era acclamato come lo scudo anti spread ma anche dannato dalle proteste anti tecnocratiche. In quei giorni Gardels descrisse sull’Huffington Post il suo personale viaggio in un’Italia troppo simile alla Grecia: il reportage iniziava descrivendo camionisti che bloccavano le autostrade, studenti in corteo permanente contro l’austerity, con qualche perdonabile esagerazione pittoresca (per dirne una, la più drastica riforma delle pensioni del continente era stata appena approvata senza che i sindacati si mettessero di traverso). Ma soprattutto Gardels, di cultura liberale, si chiedeva sinceramente se l’esperimento dell’esecutivo tecnico non fosse l’unico modo per governare la democrazia italiana, ormai mutata in “vetocrazia” irriformabile. Se vuoi rendere meno ingessato il mercato devi affrontare i sindacati che tutelano gli insider ipergarantiti, se vuoi aggiornare l’età pensionabile per tutelare i giovani te la vedi sempre con un sindacato ringalluzzito da masse di iscritti-pensionati, se vuoi trasformare la giustizia fronteggi magistrati che urlano al golpe o avvocati che si sentono delegittimati, e via dicendo: in questo modo tutto ciò che occorrerebbe per rendere il paese più dinamico e competitivo è da sempre diluito o rimandato per non scontentare lobby molto trasversali. Un ritratto somigliante della nostra storia sociale e politica. Perché la gente, continuava il ragionamento di Gardels sull’Italia in crisi economica, è imbevuta di una “cultura della Coca-Cola light”: “Vogliono consumare ma non risparmiare, esigono servizi pubblici ma senza pagare tasse, lo stesso meccanismo ‘light’ della bibita che ha da essere dolce ma senza calorie”. E’ in questo brodo culturale, in questa bibita gassata, che si rafforzano i veti alle riforme, esaltati da una prassi consociativa che affascina imprenditori, sindacalisti e mandarini di stato. E allora la “democrazia depoliticizzata” praticata da Monti ovvero il domino della competenza – la conclusione è di Gardels – “è la sola forma di governo che può far muovere l’Italia in avanti”.
Il punto è che questo ragionamento Monti lo condivide. Eccome. Nel suo “La democrazia in Europa”, scritto con l’eurodeputata liberale Sylvie Goulard per Rizzoli, il premier loda Gardels per l’espressione eloquente “cultura americana della Coca Light”. Lo accosta ad Alexis de Tocqueville e ai suoi scritti sui diritti acquisiti come “ruggine delle società”. Monti omette di citare esplicitamente l’elogio della “democrazia depoliticizzata”, ma ne fa un leitmotiv appena dissimulato del suo volume-manifesto. I pensatori più citati sono – non è un caso – i federalisti americani del XVIII secolo, e non soltanto perché unificarono gli Stati Uniti a partire dal debito pubblico (come oggi la cancelliera tedesca Angela Merkel si rifiuta di fare). James Madison e Alexander Hamilton – lo spiegava Bernard Manin nel suo “Principi del governo rappresentativo” edito dal Mulino – ebbero pure il merito, agli occhi di Monti, di non inseguire il feticcio della “somiglianza” tra elettori ed eletti nel futuro Congresso americano: sul punto anzi polemizzarono con gli antifederalisti, anteposero la “saggezza” e il perseguimento del “comune bene della società” al tentativo ossessivo di garantire la rappresentanza a tutti gli interessi in campo. Il premier tecnocratico, nella sostanza, rivela il suo pensiero francamente e innocentemente elitario: la sua cultura federalista prevede una rappresentanza parlamentare che non fa delle Camere uno specchio della società, una sua “immagine veridica”, bensì una selezione per distinzione e competenza. Insomma un’aristocrazia naturale, per usare le parole esatte di Hamilton e Madison, i grandi pensatori del federalismo americano.
Ecco i riferimenti culturali dell’anti vetocrazia montiana. Cioè di quello stesso premier che perfino nell’ultima nota a piè di pagina del suo libro, scritto nell’estate 2012 da Palazzo Chigi, rinvia ancora alle tesi del giornalista americano Gardels, al timore cioè che nella rissa politicante di tutti i giorni e negli eccessi di rappresentatività della democrazia odierna, siano sacrificati gli interessi delle generazioni future. Ennesimo indizio che allarma l’establishment italiano: forse che il tecnico arrivato al governo per “incidente” abbia deciso ora di salire in politica con l’idea di cambiare regime?